Sociologia della comunicazione: perché Facebook ci piace sempre meno

Spesso mi chiedono cosa ne penso del fenomeno Facebook e che previsioni ho a riguardo, o meglio, la domanda è sempre la stessa: “Quanto durerà?”. Per questo, alla luce di quello che è stato il mio lavoro in questi ultimi anni e degli sviluppi delle relazioni su questo social network tra persone e persone, e aziende e persone, voglio confidarvi sinceramente alcune mie considerazioni. A patto però che voi abbiate sin da ora la lucida capacità di discernimento sul fatto che noi, tutti noi fruitori del social, siamo delle pedine. Delle pedine che reggono il grande business di raccolta di dati e informazioni da parte di terzi, di divulgazione di opinioni sapientemente confezionate, di analisi di tendenze, di promozioni e di propaganda, e che soprattutto alimentano i grandi introiti delle campagne pubblicitarie che, sfruttando questo nostro intreccio di relazioni sul social, permettono al fenomeno Facebook di funzionare.

Perché Facebook per ora funziona. Funziona eccome.
E così sarà fintanto che noi apriremo l’App sul nostro smartphone, metteremo i like per poi condividere, commentare, pubblicare foto, video o quel che ci pare, e finché ci saranno utenti attivi, le aziende investiranno. Il problema è che stiamo lentamente procedendo verso un punto di svolta, come spesso accade quando si è assuefatti dagli stimoli, e se le cose non cambieranno, l’interesse per questa piattaforma verrà gradualmente soppiantato dall’interesse per qualcos’altro, qualcosa di nuovo, di più stimolante, o di maggior tendenza. Al tempo l’ardua sentenza.

Noia ed abitudine

Ma da cosa ci accorgiamo che siamo diretti verso un punto di svolta?
Dal Fatto che Facebook sta diventando giorno dopo giorno sempre più noioso.
Il social ci propone sempre le stesse cose, le stesse facce, le stesse banalità e c’è ben poco che accenda il nostro interesse. Per non parlare del fatto che le persone scrivono meno, perché molti leggono meno, e che l’immediatezza di questo far scorrere in modo tanto veloce quanto apatico le notizie sul nostro smartphone ci ha abituati a scartare contenuti con così tanta facilità che oggi è sempre più difficile catturare la nostra attenzione. Questo sì, questo no, questo no, questo no, e spesso nemmeno guardiamo, o guardiamo davvero.

“È tutta colpa dell’algoritmo”

Perché accade questo? A causa di una serie di algoritmi che calcolano quali possono essere gli argomenti per noi più rilevanti sulla base di preferenze che abbiamo manifestato all’interno e all’esterno del social, che scelgono persino le persone che noi potremmo ritenere più interessanti, i contenuti che potremmo preferire rispetto ad altri. Siamo profilati dal sistema per essere più idonei a fruire di determinati contenuti e meno adatti a vederne altri.

Insomma, un tempo gli amici erano pochi, il confronto era reciproco e Facebook appariva come un mezzo nuovo che dava la possibilità di dialogare comodamente con chiunque ed ovunque. Oggi invece le cerchie si sono allargate, sono aumentati i contatti, il mezzo si è evoluto ed a farla da padrone è un algoritmo matematico che altro non è che un mero procedimento di calcolo che fa sì che coloro che hanno precedentemente interagito con noi con un mi piace, un commento, un messaggio, ci vedano poi con carattere di precedenza sulla loro home, a volte nostro malgrado ed a volte pure loro.

Pochi sanno modificare o alterare il procedimento, e lasciando fare a lui potremmo avere cinquemila amici che comunque alla fine il sistema ci riproporrebbe sempre gli stessi, perché loro hanno ‘toccato’ noi o noi loro, e sulla base di questa preferenza il social dà una sorta di prelazione e ci spara innanzi chi ritiene possa essere di nostro maggior gradimento. D’altronde ognuno sceglie i contenuti in base alla propria sensibilità e curiosità e così le cerchie si restringono e ci si chiudono addosso: gli amanti degli animali si ritrovano tra amanti degli animali, gli xenofobi tra xenofobi, i vegani tra vegani, e così via. Ad ognuno il suo girone, ed è facile ritrovarsi in gironi a cui sentiamo di non appartenere, cercando risposte che non troviamo e andando a cercare chi un tempo vedevamo spesso e che adesso non ci compare più.

L’affievolirsi dell’interesse

Quel che sta venendo a mancare è l’interesse. L’interesse al confronto, allo scambio di opinioni con coloro che, definiti “amici”, spesso non hanno nulla a che vedere con la nostra quotidianità e che per questo fanno sì che in noi si accenda l’interrogativo: “Ne vale la pena?” – “Val la pena scrivere qualcosa ed essere poi letto da chi conosco poco o per nulla?”. O ancora: “Val la pena comunicare a chi non lascia mai un segno di aver letto, a chi a sua volta non comunica, e continuare a scrivere pensieri che possono essere fraintesi, distorti?”. E comunque: “È bene dare in pasto scorci preziosi della nostra vita privata a chi forse non lo merita nemmeno?”

L’esasperazione dell’ego

Ma ancora: le persone non scrivono anche per non esporsi, per mancanza di interesse in un argomento comune, e perché è più facile pubblicare una foto che esternare un pensiero. Oggi poi, la novità – e nuovo costume tra i social – è questo condividere le riprese della propria quotidianità in diretta, in una sorta di esasperazione del proprio ego in cui si ha la percezione che se la realtà non viene filmata o impressa allora non esiste.

Facebook è divenuto oggi il luogo della sublimazione delle velleità, una vetrina dove ognuno sceglie che immagine dare di se stesso e chi diventare. È il luogo dell’apparire, dove si pubblicano foto per strappare consensi, a costo di strumentalizzare il proprio corpo, le proprie relazioni, i propri figli, il tutto per raccogliere il maggior numero di like a riprova del fatto che se la cosa piace, qualcuno ci stima e noi valiamo. Un esasperato bisogno di conferme e di accondiscendenza come surrogato d’affetto, dove i selfie si susseguono in fatue esasperazioni di un ego che non ha più possibilità di essere contenuto e che per questo avverte l’impellente necessità di uscire attraverso le immagini, a testimonianza del fatto che oggi la realtà acquista il suo valore solo se condivisa sui social.

La lingua italiana, questa sconosciuta

Non solo su Facebook, ma sul web in generale, non conta più la grammatica o l’ortografia, perché gli errori, anche i più gravi, vengono condonati in nome di un’espressione di pensiero più ampia, che non solo può permettersi di andar oltre la forma e la correttezza della lingua italiana, ma consacra la libertà di espressione al di là di ogni decenza. Bestemmie e volgari oscenità sono concesse e ciò che conta non è non offendere, ma solo non oltraggiare la policy del social per paura di essere bannati.

La moralità apparente, prima di tutto

Seni o capezzoli, anche su dipinti o foto d’arte che nulla hanno a che vedere con la pornografia, possono essere segnalati come oltraggiosi per la morale del mezzo, mentre pagine e contenuti con le più infime calunnie o indecenze, sessiste, omofobe o xenofobe sono tollerate purché i seni, membri ed orifizi vengano coperti con bollini o stelline, a riprova del fatto che l’epoca vittoriana è sempre una gran moda e che l’apparenza inganna. Il razzismo non è più un concetto aberrante ma un’opinione, e in quanto tale tollerato, o peggio, alimentato con commenti che incitano all’odio e che sono lo specchio della nostra civiltà disastrosa.

Incoerenza e assuefazione

Facebook è quel luogo dove la peggior tragedia può essere accostata alla scempiaggine più ovvia, dove ad un incantevole paesaggio può seguire la trivialità di un imbecille. Si chiedono like per foto che ritraggono bambini malati di cancro e dove chi prima vuol far credere di battersi per un ideale politico o un principio nobile ed etico è lo stesso che poi “le donne sono tutte puttane” e “il frocio deve morire”. Non conta se e quanto tu sia stupido, ma quanto tu sia famoso, o perlomeno popolare. È il luogo dell’incoerenza, dove legioni di imbecilli esercitano la libera espressione, dove il più bel tramonto perde il suo significato proprio perché decontestualizzato e pubblicato tra le bestie, ma anche dove immagini diseducative e dannose per il vivere comune sono la consuetudine a cui ci siamo ormai assuefatti. La morte qui sbattuta ci sconvolge sempre meno, e così pure la guerra. Tutto è davanti ai nostri occhi e nel contempo così distante, e si dissolve rapidamente quando passiamo alla notizia successiva, e a un’altra ancora.

Fear Of Missing Out

E infine: la App di Facebook oggi si apre più per noia che per per curiosità, e perché siamo vittime di quel che appare come un fenomeno collettivo di disturbo ossessivo compulsivo per cui ogni tempo morto della nostra quotidianità va riempito. È vietato stare con le mani in mano perché si teme di perdere qualcosa di più interessante rispetto alla pausa o al momento di relax che stiamo vivendo nella vita vera. Questo fenomeno è il cosiddetto FOMO o Fear Of Missing Out, la paura di essere tagliati fuori da qualcosa che sta accadendo in quel mondo in cui noi siamo ormai soliti trovar rifugio, ed esserne tagliati fuori significa far vacillare la nostra esistenza in quel luogo e sentirsi perduti.

Così ci stiamo tutti, sopra alla grande giostra che è Facebook, con alti e bassi degni di un ottovolante, e la corsa ancora non finisce, almeno non per ora. Ma il mio parere, ridotto all’osso, altro non è che lo stesso che canta tal Rovazzi in quella sua ultima canzone e che dice: “è tutto molto interessante”, MA.

Masha f.

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sociologia della comunicazione: perché Facebook ci piace sempre meno

Pubblicato: mercoledì 4 gennaio 2017

3 thoughts

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